Lo studio scandinavo che apre una possibile nuova opzione terapeutica
Quando si riceve una diagnosi di tumore al colon-retto, una delle preoccupazioni più grandi dopo l’intervento chirurgico è la possibilità che la malattia possa tornare. Per questo la scienza è in costante ricerca di nuove strategie per ridurre sempre di più questo rischio. Nell’immaginario collettivo la ricerca oncologica è spesso legata a farmaci sperimentali complessi, costosi e con diversi effetti indesiderati. Eppure, sempre più spesso, anche in oncologia si sta diffondendo un approccio diverso: il cosiddetto repurposing, ovvero la riscoperta di farmaci già noti ed impiegati per il trattamento di certe patologie, che grazie ai progressi della scienza trovano nuove potenziali applicazioni.
Un esempio recente arriva da uno studio pubblicato a settembre sul New England Journal of Medicine, una delle riviste mediche più autorevoli al mondo. Al centro della ricerca, un farmaco che tutti conosciamo: l’aspirina, nome commerciale dell’acido acetilsalicilico. Utilizzata da oltre un secolo come anti-infiammatorio e per la prevenzione cardiovascolare, questa molecola – derivata originariamente dalla corteccia del salice e conosciuta fin dall’antichità per le sue proprietà curative – è ancora oggi uno dei medicinali più diffusi a livello globale.
Negli ultimi decenni l’aspirina ha suscitato l’interesse dei ricercatori per il suo possibile ruolo nel ridurre il rischio di sviluppare un tumore del colon-retto. I meccanismi attraverso cui ciò avviene non sono ancora del tutto chiariti, ma si pensa che il farmaco possa interferire con alcune vie molecolari alterate in tumori che presentano specifiche mutazioni geniche. Partendo da queste osservazioni, un gruppo di ricercatori scandinavi ha disegnato lo studio ALASCCA, i cui risultati sono stati pubblicati di recente sul New England Journal of Medicine.
Nello studio, 2980 pazienti operati per tumore del colon-retto in stadio I-III hanno dato il consenso a un’analisi genetica sul campione del tumore e su un prelievo di sangue, mirata ad identificare la presenza di mutazioni nei geni PIK3CA, PIK3R1 e PTEN. Tra questi pazienti, circa il 37% sono risultati positivi a una di queste mutazioni e sono stati assegnati in modo casuale a ricevere aspirina o un placebo per tre anni. In ogni caso, tale trattamento era associato all’eventuale chemioterapia post-operatoria, se indicata in base allo stadio del tumore. L’obiettivo principale dello studio era capire se l’aggiunta dell’aspirina potesse ridurre il rischio di recidiva di tumore del colon-retto nei pazienti selezionati per tali mutazioni.
I risultati sono stati incoraggianti:
- Nei pazienti con specifiche mutazioni del gene PIK3CA, il rischio di recidiva entro 3 anni è stato più basso tra chi prendeva l’aspirina (7.7%) rispetto al placebo (14.1%).
- Un beneficio simile è emerso anche per i pazienti portatori di altri tipi di alterazioni della stessa via molecolare (7.7% con aspirina contro 16.8% con placebo).
L’aspirina è stata ben tollerata e ha mostrato un profilo di sicurezza in linea con quanto già noto. Gli effetti collaterali gravi sono stati principalmente sanguinamenti gastro-intestinali o ulcere, ma non sono emersi segnali nuovi o inattesi.
Questi risultati non autorizzano naturalmente una assunzione autonoma dell’aspirina, che non è ancora parte delle terapie standard e dà un beneficio solo in pazienti selezionati. Tuttavia, dimostrano che per alcuni pazienti identificati attraverso una analisi genetica, un farmaco sicuro, accessibile e poco costoso può contribuire a ridurre il rischio di recidiva di tumore del colon-retto. Ciò è stato reso possibile grazie al lavoro dei ricercatori e alla partecipazione attiva dei pazienti e dei loro caregiver allo studio.
Vittorio Studiale
