Il carcinoma uroteliale è una forma di tumore che origina prevalentemente dalla vescica.
Per i carcinomi uroteliali “muscolo invasivi” – ovvero quei carcinomi uroteliali che crescono invadendo lo strato muscolare della parete vescicale – ad oggi il trattamento standard curativo è rappresentato dall’intervento chirurgico di cistectomia radicale (cioè di asportazione completa della vescica) preceduto da 4 cicli di chemioterapia a base di cisplatino (trattamento neoadiuvante) per i pazienti che non presentino controindicazioni a ricevere questa chemioterapia. L’aggiunta del trattamento chemioterapico prima della chirurgia, infatti, ha dimostrato di offrire un vantaggio per i pazienti che lo ricevono. Con tale trattamento spesso riusciamo ad ottenere una riduzione delle dimensioni del tumore vescicale primitivo verificata all’esame istologico post intervento chirurgico (risposta patologica), fino a farlo regredire completamente (risposta patologica completa) in circa un terzo/un quarto dei casi. Inoltre, i pazienti che ricevono tale trattamento e che ottengono una buona risposta prima della chirurgia, hanno un minor rischio di sviluppare una successiva recidiva di malattia e una migliore sopravvivenza a lungo termine.
Questo standard terapeutico sta però cambiando. Nel 2024 sono stati presentati i dati dello studio NIAGARA, uno studio randomizzato di fase 3 che ha dimostrato l’importanza e l’impatto positivo che si può ottenere con l’aggiunta di un trattamento immunoterapico sia nella fase preoperatoria (in associazione alla chemioterapia), sia nella fase post-chirurgia. In questo studio venivano arruolati pazienti con carcinoma uroteliale muscolo-invasivo della vescica, che venivano suddivisi in due gruppi di trattamento: un gruppo che, prima della chirurgia, riceveva il trattamento chemioterapico neoadiuvante standard, e un gruppo che, in associazione ai 4 cicli di trattamento chemioterapico preoperatorio, riceveva anche il trattamento immunoterapico con Durvalumab, che veniva poi proseguito in monoterapia anche dopo l’intervento chirurgico per altre 8 somministrazioni (strategia perioperatoria). I dati di questo studio hanno messo in evidenza un più alto tasso di risposte patologiche complete per i pazienti che, oltre alla chemioterapia, ricevevano anche il Durvalumab (37% contro 27% circa). Inoltre, il braccio sperimentale si è dimostrato vantaggioso anche in termini di sopravvivenza libera da eventi (ovvero sopravvivenza libera da progressione di malattia o da peggioramento del quadro locale della vescica tale da non consentire più l’intervento chirurgico), con un miglioramento della sopravvivenza globale rispetto al solo trattamento chemioterapico.
In Italia questo trattamento non è ancora rimborsato. Tuttavia, per i pazienti che ricevano diagnosi di carcinoma uroteliale muscolo invasivo e che non presentino controindicazioni alla somministrazione del trattamento chemio-immunoterapico, è possibile richiedere il Durvalumab perioperatorio direttamente all’Azienda Farmaceutica produttrice con una richiesta ad “uso compassionevole” in un programma di “expanded access” (EAP). Pertanto, ad oggi, i pazienti possono avere accesso al trattamento con Durvalumab preoperatorio in associazione alla chemioterapia e post-operatorio in monoterapia tramite questo programma di richiesta nominale, nell’attesa che questo schema di trattamento diventi il nuovo standard nella pratica clinica per la cura dei nostri pazienti.
a cura di Maria Olivieri