25 maggio 2026. Quando la stanchezza non è “solo stanchezza”: comprendere e gestire la fatigue oncologica

25 Mag , 2026 - OncoNews

25 maggio 2026. Quando la stanchezza non è “solo stanchezza”: comprendere e gestire la fatigue oncologica

Tra i sintomi più frequenti e difficili da affrontare durante un percorso oncologico vi è senza dubbio la fatigue correlata al cancro, una condizione spesso descritta dai pazienti come una sensazione persistente di esaurimento fisico, mentale ed emotivo che non migliora in modo significativo con il riposo o con il sonno.
 Le recenti linee guida pubblicate dall’American Society of Clinical Oncology (ASCO) hanno sottolineato come questa forma di stanchezza rappresenti una vera e propria manifestazione clinica della malattia e dei suoi trattamenti, e non una semplice conseguenza “normale” delle terapie.
 La fatigue oncologica può comparire in qualsiasi fase del percorso di cura, dalla diagnosi ai trattamenti attivi fino al follow-up, e tende ad avere un impatto importante sulla qualità di vita. Molti pazienti riferiscono difficoltà nel mantenere le attività quotidiane, riduzione della concentrazione, alterazioni del sonno, calo della motivazione e una generale sensazione di perdita di energia che coinvolge sia il corpo sia la sfera emotiva. Ciò accade perché la fatigue è un fenomeno complesso e multifattoriale: possono contribuire la malattia stessa, gli effetti collaterali di chemioterapia, immunoterapia o radioterapia, eventuali alterazioni metaboliche, il dolore, l’infiammazione cronica, i disturbi del sonno e anche il carico psicologico legato alla diagnosi oncologica.
 Per molto tempo si è pensato che il modo migliore per affrontare questa stanchezza fosse il riposo assoluto. Oggi, invece, i dati disponibili suggeriscono un approccio differente. Le linee guida ASCO evidenziano infatti come programmi di attività fisica adattata possano contribuire a ridurre l’intensità della fatigue durante i trattamenti oncologici. Non si parla necessariamente di esercizio intenso o attività sportive impegnative, ma di movimento calibrato sulle condizioni cliniche e sulle possibilità del singolo paziente. Anche attività moderate, svolte con regolarità e in sicurezza, sembrano favorire un miglior mantenimento della funzionalità fisica, del tono dell’umore e della percezione generale di benessere.
 Accanto all’attività fisica, numerosi studi hanno mostrato benefici anche da interventi mirati al benessere psicologico. Tecniche basate sulla mindfulness, programmi di gestione dello stress e approcci cognitivo-comportamentali hanno dimostrato, in diversi studi clinici, di poter aiutare alcuni pazienti a gestire meglio la fatigue e le conseguenze emotive associate alle cure oncologiche. Questo non significa che la stanchezza “sia nella mente”, ma piuttosto che i sintomi fisici ed emotivi tendono a influenzarsi reciprocamente, soprattutto durante un periodo di forte vulnerabilità come quello delle terapie antitumorali.
 Un aspetto particolarmente importante riguarda la comunicazione con il team curante. Molti pazienti tendono infatti a considerare la fatigue come qualcosa di inevitabile, da sopportare in silenzio. Le linee guida internazionali sottolineano invece la necessità di riconoscere precocemente questo sintomo e affrontarlo in modo attivo, anche attraverso strategie di supporto personalizzate. Parlare della propria stanchezza, descriverne l’intensità e l’impatto sulla vita quotidiana può aiutare medici e operatori sanitari a individuare eventuali cause correggibili e a proporre interventi utili per migliorare la qualità di vita durante il percorso di cura.
 Comprendere la fatigue oncologica significa quindi riconoscere che non si tratta di una semplice sensazione di stanchezza, ma di una condizione clinica reale, frequente e complessa, che merita attenzione e ascolto. In un momento in cui i trattamenti oncologici sono sempre più efficaci e prolungano significativamente la sopravvivenza dei pazienti, diventa fondamentale non occuparsi soltanto della malattia, ma anche del benessere globale e della qualità di vita della persona che la sta affrontando.

A cura di Piermichele Buono


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