Negli ultimi decenni, l’incidenza del cancro colorettale ad esordio precoce, ovvero diagnosticato prima dei 50 anni, è aumentata significativamente a livello globale. Parallelamente, il consumo di cibi ultra-processati (UPF) — prodotti industriali pronti al consumo ricchi di additivi e poveri di nutrienti — è cresciuto fino a rappresentare quasi il 60% dell’apporto energetico giornaliero, specialmente nei Paesi ad alto reddito. Recentemente, è stato pubblicato uno studio su JAMA Oncology che ha indagato se l’alto consumo di UPF fosse associato ad un maggior rischio di sviluppare adenomi — noti come precursori del cancro colorettale —in una casistica prospettica che ha coinvolto quasi 30.000 infermiere statunitensi, seguite dal 1991 al 2015. Tutte le partecipanti avevano meno di 50 anni e si erano sottoposte ad almeno una colonscopia durante il periodo di follow-up. Il consumo di UPF è stato valutato ogni quattro anni attraverso questionari alimentari dettagliati. Dall’analisi dei dati, emersi dopo 24 anni di monitoraggio, le donne con il consumo più elevato di UPF hanno mostrato un rischio maggiore di circa il 23% di sviluppare adenomi rispetto a quelle con il consumo più basso (OR = 1.23; 95% CI, 1.01-1.50). I risultati sono stati confermati anche dopo aver corretto i dati per fattori come l’indice di massa corporea (BMI), il diabete di tipo 2 e parametri dietetici come l’apporto di fibre e vitamine. Gli autori dello studio concludono che un elevato apporto di UPF è un fattore di rischio potenzialmente determinante per lo sviluppo di adenomi precursori del cancro colorettale prima dei 50 anni. Tuttavia, il dato osservato deve tener conto dei limiti dello studio, tra i quali la natura osservazionale e la scelta di una popolazione selezionata di infermiere. Inoltre, nonostante l’associazione con lo sviluppo di adenomi precancerosi, la mancanza di un’associazione diretta con la diagnosi di cancro colorettale ad esordio precoce costituisce un ulteriore limite dello studio. L’ipotesi è che questi alimenti, spesso ricchi di emulsionanti e dolcificanti artificiali, potrebbero alterare il microbiota intestinale e favorire processi infiammatori che porterebbero alla tumorigenesi. Pertanto, migliorare la qualità della dieta, riducendo il consumo di UPF, potrebbe configurarsi come una possibile strategia per contrastare l’aumento dei casi di cancro colorettale tra le nuove generazioni, considerata la sua associazione con la riduzione di insorgenza di adenomi che sono lesioni precancerose.
Ma quali sono questi UPF? Il segreto è nell’etichetta!
Riconoscere gli UPF è più semplice di quanto sembri: se l’elenco degli ingredienti contiene almeno un elemento che non useresti mai nella tua cucina (emulsionanti, coloranti, esaltatori di sapidità, edulcoranti), quasi certamente è un UPF. Alcuni esempi: bevande gassate e/o zuccherate (anche se “Light” o “Zero”), snack, merendine e/o biscotti industriali confezionati a lunga scadenza, piatti pronti da microonde, carne ricostituita (nuggets di pollo, bastoncini, wurstel).
Perché ci piacciono così tanto gli UPF? E perché soprattutto alle nuove generazioni?
In un mondo in cui la vita sembra dover andare avanti ogni giorno più velocemente, in cui non ci è concesso il tempo per fermarci e in cui bisogna decidere a cosa togliere tempo, gli UPF sono la risposta rapida, economica e “senza sforzo” ad un’esistenza che corre. La vera sfida della prevenzione oggi inizia tra gli scaffali del supermercato: leggere un’etichetta potrebbe essere il gesto più importante che facciamo per la nostra salute a lungo termine.
a cura di Martina Carullo